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Ecco le dichiarazioni inedite del collaboratore e i retroscena di due omicidi contenuti nella nuova ordinanza del gip distrettuale

Il pentito Andrea Mantella
Cronaca

Contiene anche diversi elementi del tutto inediti in ordine alle dichiarazioni rilasciate dal collaboratore di giustizia vibonese Andrea Mantella sul clan Bonavota, l’ordinanza con la quale il gip distrettuale di Catanzaro, Pietro Carè, ha disposto la custodia cautelare in carcere per quattro elementi ritenuti di “peso” nell’organigramma del clan di Sant’Onofrio, riservandosi la valutazione su altre richieste di arresto. Non pochi, inoltre, i passaggi del gip sull’attendibilità del nuovo collaboratore di giustizia e che vanno a contrapporsi alle ordinanze dei gip di Roma e Vibo non altrettanto "granitiche" in ordine alle figure dei fratelli Pasquale e Nicola Bonavota.

L’attendibilità di Mantella. Il gip distrettuale di Catanzaro parla infatti a chiare lettere di “elevatissima attendibilità del collaboratore”, oltre che di “genuinità del suo patrimonio conoscitivo”. Dati che per il giudice delle indagini preliminari “risultano confermati, da ultimo, dalla circostanza che, già nel corso dell’interrogatorio del 4 maggio 2016, Mantella ha indicato in Francesco Scrugli il componente del gruppo di fuoco che, insieme a Francesco Fortuna, ha portato a termine l’assassinio di Domenico Di Leo, allorquando non erano ancora noti gli esiti - pervenuti solo il successivo 26 maggio 2016 – della comparazione positiva fra il patrimonio genetico di Scrugli e le ulteriori tracce di Dna repertate sui guanti in lattice rinvenuti nell’auto utilizzata dai killers”. Anche per tali motivi, le dichiarazioni di Mantella costituiscono, ad avviso del gip, una “chiamata diretta in correità connotata dai requisiti della precisione, coerenza e spontaneità”.

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Gli inediti accordi fra gli Arena di Isola e i Bonavota. Interrogatorio il 5 agosto 2016, Andrea Mantella rivela quindi che nel corso della sua latitanza si sarebbe recato frequentemente a Sant’Onofrio Fabrizio Arena di Isola Capo Rizzuto al quale “Domenico Bonavota e Francesco Fortuna consegnavano armi - rivela il collaboratore - e sostanza stupefacente del tipo marijuana. In quel periodo dovevamo uccidere Domenico Di Leo, detto “Micu i Catalanu”. Di Leo doveva essere ucciso in piazza per cui i killer non dovevano essere del luogo e quindi per il tramite di Mantella Salvatore e di Francesco Fortuna, che si recò ad Isola Capo Rizzuto, parlammo con Franco Gentile, Pino Arena e Paolo Lentini, i quali si resero disponibili tanto che Franco Gentile e Pino Arena vennero a Pizzo ove soggiornarono per alcuni giorni in una villetta”.

Domenico Di Leo, stando al racconto di Andrea Mantella, doveva essere eliminato dal gruppo di Isola Capo Rizzuto - su mandato dei Bonavota - in piazza a Sant’Onofrio, davanti a tutti ed “a viso scoperto”. A parlare con i crotonesi della “missione di morte” sarebbero stati lo stesso Mantella, Francesco Scrugli, Onofrio Barbieri, Francesco Fortuna e Domenico Bonavota. “Pino Arena e Franco Gentile - racconta Mantella - sono venuti due volte all’uscita di Pizzo, sotto il ponte dell’Angitola, e sono stati portati in una villetta sulla spiaggia di un residence a Pizzo. Io personalmente portai con me Franco Gentile in piazza a Sant’Onofrio al fine di mostrargli Domenico Di Leo onde consentirgli di ammazzarlo. Non riuscimmo a trovarlo, pertanto Franco Gentile e Pino Arena - conclude Mantella - decisero di tornare ad Isola Capo Rizzuto con l’intesa di ritornare a Vibo da lì a breve. Ma dopo la partenza di Franco Gentile e Pino Arena, impattai occasionalmente Di Leo in piazza e quindi eseguì l’omicidio insieme a Francesco Scrugli e Francesco Fortuna”. E’ bene in ogni caso precisare che allo stato i crotonesi citati da Mantella non risultano indagati.

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I contatti a Roma anche con Razionale. Andrea Mantella svela poi di essersi recato più volte a Roma non solo per andare a trovare Pasquale Bonavota, ma anche il boss Saverio Razionale (foto a destra)  di San Gregorio d’Ippona, da anni “di casa” nella capitale e ritenuto da sempre il “numero” del clan Fiarè. Viaggi che Mantella ricorda di aver fatto a seguito dell’omicidio del boss di Maierato Raffaele Cracolici, alias “Lele Palermo” (compiuto a Pizzo il 4 maggio 2004), ma anche in epoca antecedente. Affari e legami con la Capitale che potrebbero quindi aprire nuovi scenari anche in questo caso del tutto inediti.

La “messinscena” per coinvolgere i Cracolici. Dopo l’agguato a Domenico Di Leo (ucciso l'11 luglio 2004) Andrea Mantella, Francesco Scrugli e Francesco Fortuna si sarebbero quindi recati - stando al racconto del pentito - a bruciare l’auto usata per l’omicidio, scegliendo non un posto qualunque, ma un luogo in cui mettere in atto una vera messinscena per confondere le “acque” e sviare le indagini. L’auto è stata infatti bruciata “sulla strada per Filogaso e Maierato, vicino la villa di Lo Bianco Rosario, cugino dello stesso Mantella nonché genero del boss Carmelo Lo Bianco, detto “Sicarro”. Chiaro lo scopo di Mantella e dei Bonavota, ovvero quello di far sembrare l’azione di fuco e di sangue come una risposta dei Cracolici dopo l’omicidio di Raffaele (alias “Lele Palermo" - foto a destra), avvenuto qualche mese prima (4 maggio 2004). Ciò perché - rivela il collaboratore di giustizia - Domenico Di Leo “era considerato un appartenente alla cosca Bonavota”.

E sempre per confondere le “acque”, Andrea Mantella racconta anche che dopo l’omicidio di Domenico Di Leo, Nicola Bonavota si sarebbe recato in ospedale a trovare lo stesso Di Leo ed i loro familiari, mentre Onofrio Barbieri - accusato di aver preso parte all’omicidio tranciando la catena di un cancello per far posto all’auto dei killers - si sarebbe recato in piazza a Sant’Onofrio, unitamente a Domenico Bonavota (accusato di essere uno dei mandanti dell’agguato - foto a destra) per farsi vedere da tutti e crearsi così un alibi.

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